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Come Cartier-Bresson

10/29/2014

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Quello che segue è il trailer di un documentario su uno degli uomini verso cui la fotografia ha maggior debito, eppure il suo nome è sconosciuto ai più: Voja Mitrovic.
Basterebbe però dire che si tratta dello stampatore di Henri Cartier-Bresson, o di Joseph Koudelka, ed ecco che tutti lo sentiremmo di colpo molto più familiare, avendo ammirato tante volte, pur senza saperlo, il suo lavoro.
In effetti si è detto tante volte che il leggendario HCB, senza il proprio stampatore di fiducia, quello che in camera oscura si trovava a risolvere puzzles come quello dell'immagine che segue (la foto in questo caso è di Dennis Stock, e lo stampatore Pablo Inirio - fonte Magnum), non avrebbe avuto gli stessi riconoscimenti, e lo stesso si potrebbe dire per tantissimi fotografi che sono entrati nella storia:


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Il punto cui voglio mirare oggi è che ci sono grandi fotografi, vere leggende di questa arte, che nella propria vita non hanno mai sviluppato un rullo, o, per venire ad oggi, avviato Photoshop. Avere uno straordinario occhio, e una pari sensibilità e cultura, non sancisce in alcun modo una paragonabile sapienza tecnica nella pratica alchemica della camera oscura, o chiara che sia; questo è un concetto che un tempo stentava a passare, e se molti maestri della darkroom sono rimasti pressoché sconosciuti, è proprio perché non si reputava conveniente comunicare al grande pubblico che essere fotografo non comprende necessariamente la copertura di tutte le fasi del processo.
Invece è come nel cinema: il direttore della fotografia assiste il regista durante le riprese, come il montatore nell'assemblaggio finale. Entrambi sono fondamentali, e concorrono al successo, e nessuno ruba la scena a nessun altro.

Oggi il mondo della fotografia è come spaccato in due, quasi fosse crollato un ponte: da un lato il digitale ha costretto tutti i fotografi a diventare esperti cromisti e ritoccatori, dall'altro abbiamo delle rocche blindate dove stupide periferiche di stampa hanno solo due opzioni: o aggiustare i livelli in automatico, o trasferire il file su carta come ricevuto, errori e difetti (non desiderati) inclusi. Al fotografo spesso non rimane altra scelta che armare la catapulta e sparare la propria chiavetta USB, incrociando le dita nella speranza di non essere raggiunto da troppi schizzi di olio bollente.
Manca un dialogo, qualcosa di simile a quello che avveniva tra Avedon e il suo stampatore:


Immagine
Ho fotografato questo cagnolino che attendeva con comprensibile ansia il ritorno del proprio padrone attraverso il vetro chiuso; la foto esportata direttamente dal RAW senza correzioni è scialba e non trasmette minimamente il senso che volevo comunicare:
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dopo una opportuna ottimizzazione in Lightroom, un passaggio per Photoshop, una spruzzata di ALCE, e conversione BW con Silver Efex, ecco che l'immagine risponde alle mie finalità espressive:


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Chi ha detto però che per avere una foto ben stampata occorra padroneggiare in prima persona tante tecniche, ammesso di disporre del tempo per farlo? Ovviamente questa immagine è solo l'esempio di una delle tante possibili letture di un file; altrettanto ovviamente solo l'autore può agilmente percorrere il tratto di strada dal RAW alla carta, ma ritengo lo stesso che sia possibile mettere a disposizione del fotografo del terzo millennio la competenza nell'editing digitale, come gli stampatori del secolo scorso facevano (e qualcuno fa tuttora) con i propri contemporanei. La spaccatura, il ponte crollato, è tutta qui: per interpretare lo stile e la sensibilità di un autore, così da poter curare lo sviluppo delle sue foto, non è sufficiente avere le sole conoscenze di un tecnico; occorre qualcuno che conosca e pratichi la fotografia, e sappia guidare un altro fotografo, non necessariamente ferrato nelle possibilità tecniche attuali, verso la definizione di un workflow ottimale.

Per queste ragioni Stampadarte di Sante Castignani è da sempre disponibile ad affiancare il fotografo nella ottimizzazione dei files; laddove questo non sia sufficiente, e il fotografo intenda liberarsi totalmente da ogni onere tecnico, da oggi è possibile avvalersi del servizio FROM RAW TO THE PAPER, dove ci prendiamo carico di tutta la fase post-scatto, in modalità da concordare con l'autore. A differenza di altri servizi analoghi (pochi in verità, e di norma disponibili solo nelle grandi città), la nostra sfida è quella di mantenere comunque vincente il fatidico rapporto Q/P.

Sante Castignani 
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Preparare il file per la stampa

10/23/2014

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Proseguiamo nel percorso dal digitale alla carta.

In genere abbiamo due possibilità: la prima è che il fotografo abbia esigenza di stampe di alta qualità, e, autonomamente, o appoggiandosi a un piccolo service specializzato in Fine Art, deve preparare dei file che con altissima probabilità verranno stampati in Inkjet; la seconda ipotesi è che invece servano stampe veloci, economiche, di qualità buona ma non critica, e per questo ci si affida a un negozio/laboratorio che quasi sicuramente stamperà con macchine a sublimazione  o per carta chimica.

Iniziamo dalla prima ipotesi.

STAMPA INK-JET

Scelta del profilo colore: personalmente consiglio di escludere a priori l'sRGB, e adottare il classico Adobe RGB. Altri profili più ambiziosi (come il Prophoto) al momento non portano benefici, visto che tuttora non esiste alcuna periferica (nemmeno i monitor, figurarsi le stampanti) in grado di gestire al 100% neppure l'Adobe RGB, che pertanto considereremo ampiamente sufficiente per gli scopi che ci proponiamo. Chi scatta in RAW (siamo sicuri che tutti i fotografi esigenti lo facciano), dovrà semplicemente ricordarsi, in fase di esportazione, di settare il profilo prescelto.
Formato di salvataggio: PSD (8 BIT), TIFF (8 BIT), o JPG alla massima qualità, vanno benissimo; profondità di colore maggiori semplicemente non sono gestite.
Dimensionamento del file: le stampanti Inkjet (almeno quanto segue vale per le Epson, ma credo che sia applicabile anche alle altre marche) hanno una risoluzione di stampa nativa di 360 DPI; i file con risoluzione minore vengono automaticamente ricampionati (con algoritmi analoghi a quelli di Photoshop), mentre per quelli con risoluzione maggiore è possibile beneficiare di risoluzioni di stampa più elevate, seppure la tangibilità dell'incremento sia discutibile; con le  Epson in genere ci si può essere spingere fino a 2880 DPI, ma secondo molti esagerare non è solo inutile, ma addirittura controproducente: un po' come negli scanner, la miglior nitidezza si ottiene evitando di eccedere nella frequenza dei passaggi della testina.
Ottimizzazione del file: una volta terminata la postproduzione (che sarà stata fatta secondo gusti ed esigenze su un monitor di ottima qualità, ben calibrato con apposito dispositivo), è necessario ottimizzarlo per la stampa; il mio consiglio è quello di creare una copia dei propri file da stampare, senza toccare quelli da archivio; questo perché le esigenze di lavorazione differiscono molto a seconda della destinazione del file. Lo sharpening ottimale, ad esempio, cambia molto a seconda della tecnica di stampa, che questa avvenga su carta opaca o lucida, e così via; inoltre esso va anche calibrato a seconda del formato finale. In genere l'inkjet richiede uno sharpening piuttosto aggressivo, vista la naturale tendenza a "spandere" dell'inchiostro; se si dispone di Software per lo sharpen che abbiano dei preset (come quello del pacchetto NIK dell'esempio qui sotto) si potrà constatare facilmente quanto diversi siano i settaggi a seconda del tipo di destinazione. 


Immagine


Io per una stampa su carta semimatt ad esempio mi comporto come segue: dimensiono il file alla misura di stampa per 360 DPI; duplico il livello e applico una maschera di contrasto di un amount pari a circa 100/200 per un raggio che varia a seconda delle dimensioni di stampa: 0,3/0,5 px può andar bene per un 20x30cm o 30x40cm, per salire fino a 2/3 px nelle gigantografie; concludo fondendo i livelli scegliendo il metodo luminosità, per applicare lo sharpening solo a quest'ultima; altri metodi sono ovviamente validi (luminanza in LAB, Hi Pass, ecc), ma il concetto è comunque quello di avere la mano abbastanza "pesante" e regolarsi in base alle dimensioni di stampa e tipo di carta, oltre che, ovviamente, alle caratteristiche tipiche del file (ci sono macchine, le Sigma con Foveon ne sono un esempio, che richiedono trattamenti molto più delicati).
Ultimo consiglio è quello di evitare, nei file destinati all'Inkjet, di esagerare con i neri; rispetto alla visualizzazione a video è bene calcolare un congruo alleggerimento, specie se andiamo a stampare su carte opache che tendono ad ammassare le sfumature nelle aree scure.

Quanto abbiamo visto finora vale sia che il fotografo stampi in proprio, sia che si rivolga a un service specializzato;
in questo caso non cambia quasi nulla nel workflow, sarà buona norma tuttavia confrontarsi con il tecnico sulle singole procedure, chiarire quali sono i propri gusti, e magari prevedere qualche test di assestamento prima di procedere con tirature cospicue. In molti casi inoltre si può portare il file non preparato, e chiedere che esso venga ottimizzato dallo stampatore, spesso senza che vengano applicati sovrapprezzi.

Le cose sono invece molto diverse per la stampa con mezzi di tipo industriale, ed è su questa eventualità che ora andremo a concentrarci:


STAMPA TRAMITE LABORATORIO INDUSTRIALE

In sintesi estrema: in generale, quando si affidano i propri file a laboratori commerciali, il primo consiglio è quello di toccarli il meno possibile! La maggior parte di queste macchine sono calibrate per ridare un po' di vita a foto che nascono SOOC (straight out of camera), ovvero pallidi JPG, in massima parte ormai provenienti da smartphone, che non hanno ricevuto alcuna cura vitaminica; avremo pertanto settaggi che aggiungono sharpen, saturazione, contrasto generale e locale, ecc. Il risultato è tale che, se noi lavoriamo il file per una buona resa secondo i nostri parametri, otterremo che i nostri interventi andranno a sommarsi a quelli della macchina, con vistose alonature, oversharpening, colori esagerati, e così via. A volte si può chiedere di spuntare la casella "non modificare file", che riduce, ma non elimina (certi settaggi sono di base) i problemi di cui sopra, ma bisognerà vedere caso per caso. E' chiaro comunque che il fotografo esigente non può attendersi dei risultati pienamente soddisfacenti da strumenti nati per rifornire il grande pubblico di stampe a basso prezzo (e in tempi rapidi).
In ogni caso, la procedura migliore è quella di livellare l'istogramma, bilanciare i colori, non applicare assolutamente clarity e sharpening, e, soprattutto... non esagerare con le aspettative!
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Fujifilm High Gloss Photopaper

10/22/2014

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Supporto di stampa ad alta grammatura, 280 grammi; come lo stesso nome suggerisce, si tratta di una carta di estrema brillantezza, che favorisce una profondità tonale senza confronti. Anche con gli inchiostri a pigmento, che di solito non brillano per lucentezza, si ottengono stampe con un lustro che ricorda la vecchia baritata BN smaltata a perfezione.

In definitiva una carta molto tecnica, che permette stampe davvero perfette dal punto di vista tonale.



http://www.fujifilm.eu/uk/products/photofinishing/large-format-printing/p/high-gloss-photo-paper-280gsm/
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Sui sistemi di stampa

10/21/2014

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Probabilmente non tutti conoscono la differenza tra i vari metodi di stampa oggi disponibili; tenterò in questo articolo di sintetizzare in forma divulgativa lo stato dell'arte attuale, dal punto di vista del fotografo. Fondamentalmente si possono individuare quattro tecnologie di stampa digitale: 

1: sublimazione  
2: stampa laser 
3: stampa chimica 
4: Inkjet (getto d'inchiostro)

1: la stampa a sublimazione è forse la più antica delle quattro tecniche; ha dalla sua una certa velocità, poche esigenze di manutenzione, una qualità sufficiente per le istantanee degli amatori, e una notevole semplicità di gestione; è però limitata a formati piccoli (non superiori in genere al 20x30cm), le stampe hanno una durata nel tempo non troppo prolungata, limitatissima scelta di supporti (in pratica esiste solo il colore lucido), ed oggi sopravvive essenzialmente per le fototessera e i drylab per amatori, dove quantomeno ha risolto lo spinoso problema dello smaltimento dei bagni chimici.

3: la stampa laser non ha fatto molto per avvicinare i fotografi; in realtà, avendo essa principalmente preso di mira il mondo delle tipografie e delle arti grafiche, in pratica oggi è utilizzata solo per la produzione in piccola scala di stampati pubblicitari, cartoline, pieghevoli, ecc., e non si assiste ad un impiego diffuso nella fotografia vera e propria.

3: La stampa digitale su carta chimica è il cavallo di battaglia dei grandi laboratori industriali; in genere utilizza due diverse tecnologie, la prima con testina led, e la seconda con laser tricromatico; in entrambi i casi la testina che impressiona la carta percorre quest'ultima con andamento a matrice (spostamenti orizzontali e verticali), generando una trama reticolare, ben visibile se si osservano le stampe con una lente. La qualità è buona per le normali esigenze commerciali, e la tecnologia è molto conveniente sul piano economico; tutto il sistema però poggia su basi che non consentono il raggiungimento di livelli sufficientemente elevati per la fotografia di vera qualità. Vediamone alcuni: intanto i server dei laboratori che alimentano il flusso di stampa sono caricati attraverso software che accettano solo formati LOSSY (JPG compressi), che di solito vengono ulteriormente ridotti per velocizzare il flusso; qualunque sia poi il profilo colore originario del file esso viene automaticamente convertito nell'unico accettato: quel famigerato sRGB, che mortifica ogni aspettativa di qualità; nell'immagine che segue, lo spettro cromatico visto dall'occhio umano subisce già un fiero colpo nello spazio RGB (e qui il problema è tuttora tecnologico), ma ridurlo al piccolo recinto dell'sRGB (formato nato esclusivamente per il WEB) è un inutile e gratuito atto di masochismo:

Immagine


Quanto sopra vale almeno per i laboratori industriali che forniscono i normali negozi di fotografia, con la sola eccezione di alcune piccole realtà che scelgono di gestire i parametri tecnici in senso qualitativo, aprendo la porta anche a formati LOSSLESS come il TIFF e a profili a piacimento del fotografo; rimane però il fatto che il sistema offre una limitatissima scelta di supporti (in pratica solo carta politenata colore lucida e semimatt), una durata delle stampe nel tempo non esaltante (specie oggi che non esiste più il Cibachrome, che poteva essere utilizzato nelle Durst Lambda), e una gamma dinamica limitata dai soli tre colori (che non può assolutamente competere con le periferiche inkjet che oggi arrivano a superare i dieci, per arrivare addirittura a 14 in alcuni plotter Hi-End).   

4: veniamo per ultima alla tecnologia Inkjet, quella che ha conosciuto negli ultimi anni il più significativo progresso su tutti i fronti: da sostituto della vecchia stampante ad aghi per lettere e fatture, a stato dell'arte della stampa di qualità. Apparentemente i difetti del sistema sembrano superare i pregi: manutenzione costante e avventurosa (un ugello otturato dal poco uso può costringere a sprecare decine di euro di inchiostri in pulizie, o addirittura a costose riparazioni della macchina); i costi di gestione sono i più alti in assoluto (un cambio di cartucce dell'Epson 9900, il plotter di punta della nostra piccola scuderia, vale circa 3000 €); il processo di stampa è il più lento in assoluto; molti degli inconvenienti della stampa possono inoltre verificarsi durante la stessa, con il rischio di dover buttare una gigantografia per una irregolarità di erogazione dell'inchiostro intervenuta negli ultimi cm; ...e via di questo passo, ce ne sarebbe abbastanza per scoraggiare chiunque, se non fosse anche per alcuni indiscutibili vantaggi: costo relativamente vantaggioso delle stampanti, in particolare per quelle di grande e grandissimo formato (una Lambda per carta chimica costa centinaia di migliaia di euro, il plotter fotografico più esclusivo non supera le poche decine di migliaia); immensa versatilità sul piano dei supporti: sul mercato esistono centinaia di tipi di carta di ogni tipo e finitura possibile, con grammature un tempo impensabili (fino a 400 grammi!), politenata, baritata, lucida, opaca, e così via, sia per BN che per colore; un vero paradiso per il fotografo creativo, mai visto prima nella storia di questa arte. Abbiamo poi la più alta conservazione delle stampe: gli inchiostri a pigmenti Epson (ad esempio) sono dati per 200 anni su carta acid free; e infine la qualità della stampa è la migliore oggi possibile, con matrice non visibile (il getto d'inchiostro è per sua stessa natura stocastico, ovvero ha un andamento casuale che non crea lo sgradevole pattern geometrico delle stampanti per carta chimica, un impatto dinamico incomparabile anche su supporti opachi ad alto assorbimento, e una particolare dedizione al BN (sia le carte che gli inchiostri, così come la loro gestione, sono volti ad avvicinarsi il più possibile a quello che si ottiene in camera oscura). Se ben gestita, questa è la tecnologia che sfrutta al meglio l'immensa qualità dei files del nostro tempo, siano essi nati numerici, siano invece frutto di un processo di scansione.

Sante Castignani

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Epson Ultra Smooth Fine Art Paper

2/29/2012

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Supporto molto costoso, ma forse il più bello che abbiamo sperimentato finora tra le carte opache.
Superficie non strutturata, come suggerito dal nome, di straordinaria levigatezza e compattezza; grammatura di rilievo, ben 325 grammi, una delle carte più corpose in circolazione, per un piacere tattile e visivo davvero unico.
Disponibile in formato dall'A3+ fino al rotolo da 111 cm.
http://www.epson.it/Store/Carte-e-supporti/Professionisti/Carte-per-applicazioni-artistiche-Fine-Art/UltraSmooth-Fine-Art-Paper 
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Fujifilm Fine Art Museum Torchon

2/27/2012

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Carta ad alta grammatura (300 grammi) molto simile alla precedente, ma con possibilità di formati in rotolo di grandi dimensioni.
Struttura evidente, genere "acquerello", superficie più resistente della media di categoria, grande resa tonale e capacità di inglobare l'inchiostro.
Un materiale eccezionale, specie nella riproduzione di opere d'arte, o in fotografie che vogliano ricordare queste ultime.
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Tetenal Spectra Jet Photo Carton

10/4/2011

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Carta fine art da ben 308 g/MQ, dalla superficie finemente strutturata, che ricorda le carte fatte a mano; pur essendo totalmente opaca, ha una risposta eccezionalmente brillante, che la rende del tutto idonea anche a immagini moderne e graffianti. Richiede il nero matte, con la conseguente "chiusura" delle ombre, e resa un po' più grafica che fotografica.
Per le stesse ragioni si tratta di un supporto adattissimo alla riproduzione di disegni e opere pittoriche, con un esito che ricorda da vicino la litografia.
Esaltante la sensazione tattile, un po' delicata la superficie, da salvaguardare con veline.
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Fujifilm Photo Paper Satin 270

10/3/2011

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Carta politenata di uso universale; alta grammatura (270 G/MQ), finitura satin molto fine, amplissima gamma di sfumature, caratteristica tuttavia abbinata a un impatto vigoroso, sconosciuto alle carte opache; per il suo peso e consistenza, in caso di stampa da rotolo necessita di qualche giorno post stampa per acquistare la necessaria planeità;
in conclusione, un supporto universale, di resa estremamente elevata, adatto al colore come al BN di impronta moderna.
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EPSON Archival Matte Paper

9/29/2011

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Carta di media grammatura, 192 gr/MQ, è un classico della stampa fine art; caratterizzata dalla superficie totalmente opaca, composta 100% da cotone acid free, garantisce, come suggerito dal nome, la più lunga conservazione delle stampe. Richiede l'impiego dell'inchiostro "Matte Black", che assicura neri profondi, ma non così modulati nelle sfumature quanto il "Photo Black". Il tipo di resa non ne fa il più versatile e universale dei supporti, ma una scelta che in determinati casi può essere quella vincente.
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Carta Fujifilm FA Mus "BARYTE"

9/27/2011

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Una carta ad alta grammatura che rimanda direttamente ai bei tempi andati della camera oscura; straordinaria resa tonale anche nella gamma bassa, grazie all'impiego dei neri "photo". Anche la consistenza in mano della stampa, con gli angoli leggermente arricciati, fa molto vintage, Un supporto molto adatto al BN, e di resa sorprendente nel colore.
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